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trio valenciaPlutarco nella sua opera “Sulla gloria degli ateniesi”, primo secolo dopo la nascita di Cristo, narra che nel 490 a.c Filippide, il leggendario emerodromo, coprì la distanza di circa 42 km da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria contro i persiani e, secondo la leggenda, poco dopo morì.
Circa 2500 anni più tardi tre atleti della MAM giungono nella città di Valencia per onorare la medesima distanza percorsa dall’illustre predecessore, insieme ad altri 22000 venuti da ogni dove.
Lo scenario della città catalana e il tifo della comunità valenciana regalano ai protagonisti un percorso trionfale senza rivali.
Non più campi aperti e vittorie da annunciare, ma strade gremite e familiari lontani o amici a cui dedicare l’impresa.
E sì! Perché di impresa si tratta. I tre per la prima volta insieme per uno stesso traguardo, prendono il via con incedere gagliardo, tra avversari illuminati da divise dai colori sgargianti. Del trio l’atleta di punta con velleità di emerodromo, fugge via per primo e gli altri ne perdono le tracce, almeno fino all’arrivo.
I due poco indietro, corrono spalla a spalla confabulando per i primi 25 Km, acclamati da una folla entusiasta e gioiosa. Di tanto in tanto, il frastuono dei tamburi battuti dalle braccia vigorose di alcuni valenciani cadenza i loro passi.
Una fiumana di corridori si sposta veloce in mezzo ad un pubblico variegato, che non disdegna di proporsi per toccare i palmi delle mani di qualche atleta generoso. Per un momento, seppur effimero, la maratona offre agli sguardi spossati dei dilettanti quelli dei “top runners” e consente di contemplare la loro andatura quasi irraggiungibile; abituati a calcare piste olimpiche, anche a Valencia si contendono il taglio del nastro finale.
I pensieri in quei momenti sono disparati e distratti.
Alienare la mente è difficile ma necessario per superare la fatica che cresce inesorabile.
Dopo 35 km infatti il “trio maravilla della MAM”, anche se temporaneamente separato, si imbatte con il conto che la strada percorsa gli presenta.
Eppure il cuore, la gente esultante, i vociati “animo campeones” e le persone accalcate spingono indistintamente la marcia di tutti fino al rettilineo finale. L’emozione è incontrastata: gli ultimi 100 metri di pista turchese si confondono con il cielo azzurro riflesso nell’acqua ai lati.
Finalmente, davanti alla platea gremita della “Ciudad de las Artes y las Ciencias”, uno spettacolo di braccia alzate, gambe sfiancate e sorrisi dei “finishers” si esibisce sotto l’arco d’arrivo divenuto un singolare palcoscenico.
I tre della MAM, ognuno con i propri pensieri, dediche, tempi e fatiche si scoprono poco dopo abbracciati a inneggiare all’impresa compiuta. Deambulando a stento tra gli altri emerodromi, non cadono dopo la battaglia ma, testa alta e medaglia al collo, intavolano le libagioni.
Durante i festeggiamenti alcune parole ridondano incontrovertibili: “quando si fa la prossima?”.
Ahimè il Fato non concesse al povero Filippide questo privilegio, ma forse egli avrebbe voluto augurare a tutti gli emerodromi sulla Terra… “buona corsa”!


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